Ciao a tutti, mi chiamo Pietro Debenedetti e faccio parte dell’associazione Memorial Cristian Zucconi. Sono qui oggi perché la nostra associazione porta avanti una missione che ci tocca tutti da vicino: trasformare il dolore e il ricordo in qualcosa di utile.
Oggi sono qui a parlare un po’ di un argomento che mi tocca particolarmente. Siamo la generazione sempre connessa, quella che ha lo smartphone praticamente incollato alla mano dal mattino alla sera.
Per noi internet non è uno strumento, è l’aria che respiriamo. Ci serve per studiare, per ridere, per restare in contatto con chi è lontano. Però, c’è un lato oscuro in tutto questo che spesso facciamo finta di non vedere, o che liquidiamo con un “ma sì, si stava solo scherzando”.
Sto parlando del cyberbullismo, una cosa che a volte sembra un gioco ma che ha il potere di distruggere una persona pezzo dopo pezzo.
Il problema vero è che dietro uno schermo ci sentiamo tutti un po’ invincibili. Quando scriviamo un commento cattivo o facciamo girare un video imbarazzante, non vediamo la faccia di chi sta dall’altra parte.
Non vediamo i suoi occhi che si riempiono di lacrime, non sentiamo il nodo alla gola che gli viene mentre legge quelle parole. Questa distanza ci frega, perché ci toglie l’empatia. Diventa tutto più facile: insultare, prendere in giro, isolare qualcuno.
E la cosa peggiore è che in rete tutto resta. Se una volta il bullo ti aspettava fuori da scuola, oggi ti segue fin dentro casa.
Non c’è un posto dove puoi sentirti davvero al sicuro, perché quel maledetto telefono continua a vibrare sul comodino anche di notte.
Molti di noi pensano che il rischio sia solo per chi è “debole”, ma non è così.
Il rischio è per tutti. Basta una foto scattata nel momento sbagliato, una confidenza fatta alla persona sbagliata, e in un attimo finisci nel buio più totale. La velocità della rete è spaventosa: una cosa postata alle due del pomeriggio, alle tre l’ha già vista tutta la scuola. Ed è qui che nasce la trappola. Chi viene preso di mira inizia a provare una vergogna così profonda che
non riesce più a parlarne con nessuno. Si sente sbagliato, solo contro un esercito di persone che ridono alle sue spalle.
Ma come ne usciamo?
La verità è che non serve a niente chiudere i profili o vietare i telefoni. La soluzione siamo noi. Dobbiamo smetterla di essere “quelli che guardano e basta”. In ogni storia di cyberbullismo ci sono il bullo e la vittima, ma in mezzo ci siamo noi, la massa. Se noi smettiamo di mettere like a quei post, se smettiamo di inoltrare quei video per sentirci parte del gruppo, il bullo perde il suo palco.
Senza un pubblico che ride, il bullo non è nessuno, è solo una persona che cerca di sentirsi grande schiacciando gli altri.
Risolvere il problema significa avere il fegato di dire “oh, ma che stai facendo?”. Significa capire che se un nostro amico non esce più, se risponde male, se sembra sempre perso nel suo telefono con la faccia scura, forse sta succedendo qualcosa. Non dobbiamo aver paura di chiedere aiuto. Parlare con un prof, con i genitori o con una realtà come la nostra associazione non è fare la spia.
È un atto di coraggio enorme. Significa salvare qualcuno da un buco nero che noi, magari, non riusciamo nemmeno a immaginare quanto sia profondo.
Come associazione Memorial Cristian Zucconi, noi sappiamo bene cosa succede quando il silenzio vince. Per questo insistiamo così tanto sul fatto di non restare indifferenti. Nel 2025 abbiamo creato la campagna Viaggia Senza Bulli in collaborazione con Bus Company per sensibilizzare i ragazzi al problema del cyberbullismo, dedicando un mini-sito a chi vuole approfondire l’argomento.
La tecnologia dovrebbe servirci per stare meglio, per scoprire il mondo, non per distruggere la vita di un compagno di banco.
Ogni volta che decidiamo di non partecipare a un linciaggio online, stiamo facendo una scelta di valore. Essere forti non significa insultare meglio degli altri, ma avere la schiena dritta per difendere chi in quel momento non riesce a farlo da solo.
In fondo, quello che conta davvero non sono i follower o i cuoricini sotto una foto, ma le persone vere che abbiamo intorno. Se vogliamo che internet sia un posto migliore, dobbiamo essere noi i primi a comportarci da persone civili. Prima di cliccare su “invia”, dovremmo fermarci un secondo e pensare se quelle parole le diremmo mai in faccia a qualcuno. Se la risposta è no, allora meglio spegnere lo schermo e tornare a guardarci negli occhi, perché è lì che sta la vita vera, quella che vale la pena di essere vissuta con rispetto e dignità.
